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Seconda nota
tecnica da parte del Comitato civico per la valutazione del progetto di
centrale a biomasse del Comune di Serravalle Sesia
A seguito della
precedente nota tecnica elaborata dal Comitato, si intende qui formulare
una serie di ulteriori integrazioni e precisazioni in merito ai
principali dubbi concernenti il progetto di costruzione di una centrale
termoelettrica a biomasse nell’Area Cartiera del Comune di Serravalle
Sesia.
Gli elementi di
criticità esposti nella presente nota (ed in parte già sviluppati in
occasione della prima nota tecnica elaborata e depositata agli atti del
procedimento autorizzativo), riguardano:
- le condizioni di
uso efficiente della risorsa energia;
- esistenza di
un’effettiva filiera legno-energia;
- impatto sulla
qualità dell’aria.
Tali elementi,
estendendo le osservazioni già sottoposte all’attenzione dell’Ente
autorizzativo incaricato del procedimento ai sensi di legge, corroborano
le precedenti criticità e, nel complesso, si traducono in un giudizio
ampiamente negativo circa la possibilità di realizzazione del progetto.
#1] Condizioni di
uso efficiente della risorsa energia
Le centrali
destinate a sfruttare il potenziale energetico delle biomasse vegetali
entrano in
una tipologia
impiantistica piuttosto varia, la quale comprende centrali per la
produzione di sola energia elettrica, centrali per la produzione di
energia termica e centrali destinate alla produzione congiunta di calore
ed energia attraverso l’utilizzo di applicazioni cogenerative.
La centrale di cui
in oggetto, della potenza nominale (termica) di 23,5 MWt (MegaWatt
termici) e della potenza elettrica di 5,5 MWe (MegaWatt elettrici), può
essere con buona approssimazione classificata nella prima categoria,
data la assoluta preponderanza della produzione di energia elettrica
rispetto allo sfruttamento del calore prodotto dalla combustione a fini
di teleriscaldamento.
Le centrali
elettriche a biomassa utilizzano fondamentalmente la tecnologia degli
impianti a vapor d’acqua, la quale rappresenta di fatto l’unica
soluzione impiantistica disponibile per taglie medie superiori a 2-3 MWe
(FIRE - Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia, 2008).
Tali soluzioni
impiantistiche presentano rendimenti decisamente bassi, tra il 20 ed il
25%.
A tal proposito la
centrale elettrica di Serravalle Sesia presenta un rendimento elettrico
lordo del 23,7% che al netto dell’autoconsumo da parte della centrale
stessa scende a 20,6%. Il dato sul rendimento elettrico pertanto si
presenta decisamente basso (precisando che tale affermazione si
riferisce non a carenze dell’impianto, il quale, all’opposto, pare
soddisfare gli standard di progettazione), specialmente se confrontato
con i rendimenti di centrali termiche che raggiungono anche valori
prossimi all’80%.
Si precisa inoltre,
che alla luce del D.L. 159/2007 la produzione di sola energia elettrica
in centrali dedicate è quella che più si appoggia alle forme di
incentivazione tramite sovvenzioni pubbliche, soprattutto nel caso di
approvvigionamento basato su filiera corta. Nonostante l’elevato grado
di profittabilità di questi impianti, garantito proprio da meccanismi di
incentivazione con fondi pubblici, le centrali elettriche (cui è di
fatto assimilabile quella in progetto a Serravalle Sesia) sono quelle
che “peggio sfruttano l’energia termica contenuta nelle biomasse” (FIRE,
2008).
L’introduzione di
applicazioni cogenerative in porzione significativa, per il pieno
sfruttamento dei cascami termici generati dalla combustione, rappresenta
la soluzione più diffusamente utilizzata per l’incremento del rendimento
globale (termico ed elettrico) degli impianti, con possibilità di
raggiungere valori medi intorno al 50-60%.
Nonostante la
cogenerazione per la produzione congiunta di elettricità e calore da
destinare ad utenze civili (o industriali) collocate in prossimità degli
impianti di conversione energetica rappresenti ormai un tecnologia
consolidata, la centrale di Serravalle Sesia prevede solo una frazione
ridottissima di teleriscaldamento, riferita in particolare a quattro
edifici comunali, con assorbimento di circa 0,22 MW e a utenze termiche
dell’area Cartiera Italiana (area all’interno della quale dovrebbe
sorgere il complesso in fase di autorizzazione, appartenente alla stessa
proprietà della società proponente, Serravalle Energia Srl), con
assorbimento di circa 0,080 MW. Tale soluzione non pare, a giudizio del
Comitato, in linea con il tema del razionale uso dell’energia come
previsto dalle linee guida regionali, dall’Atto di indirizzo del Piano
Energetico Provinciale di Vercelli, votato dal Consiglio dell’Ente il 17
marzo dello scorso anno, e, vogliamo supporre, dallo stesso Piano
Energetico Provinciale, di imminente approvazione.
A tal proposito, lo
stesso Piano Energetico-Ambientale Regionale (approvato con D.C.R.
351-3642 del 3 febbraio 2004) definisce la cogenerazione come una
tecnologia assestata e atta ad offrire un contributo notevole alla
problematica dell’efficienza energetica. Gli indirizzi del Piano,
infatti, sottolineano i vantaggi di una elettroproduzione capace nel
contempo di massimizzare l’utilizzo del calore di recupero, attraverso
la dotazione di opportuni accorgimenti tecnologici.
Lo stesso assessore
alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica (con competenza al tema
dell’energia) della Provincia di Vercelli, in un recente convegno sul
tema "Valsesia ed Energia Alternativa" co-organizzato da Provincia di
Vercelli, Comunità Montana Valsesia, Camera di Commercio di Vercelli e
Confindustria Vercelli-Valsesia, che ha avuto luogo a Borgosesia lo
scorso 3 marzo, ha espresso con chiarezza la posizione assunta dalla
Provincia sul tema dell’efficienza energetica, e che dovrebbe trovare
collocazione nel Piano Energetico Provinciale di prossima redazione.
Nella fattispecie, il concetto ribadito consiste nella necessità di
perseguire le strade necessarie per la promozione del risparmio
energetico, da ottenere mediante applicazioni cogenerative, ovvero
produzione di energia elettrica ed energia termica da utilizzare con il
teleriscaldamento, così da spegnere utenze pubbliche e private e
consentire un effettivo risparmio e un’altrettanto sensibile
miglioramento (o quantomeno un bilanciamento) della qualità dell’aria.
Proprio in tale
ottica, il Comitato intende portare all’attenzione dell’Autorità
competente come il progetto sia stato concepito in maniera inidonea, dal
momento che esso non tiene conto dei fabbisogni energetici
(essenzialmente termici) del territorio ove la centrale è insediata, i
quali dovrebbero rappresentare, invece, i presupposti per una
appropriata calibratura dimensionale e tecnologica. Pur comprendendo
l’intenzione (legittima dal punto di vista dell’imprenditore) di tarare
la dimensione su una taglia in grado di fornire un flusso finanziario
(derivante dall’abbattimento dei costi energetici di Cartiera Italiana,
cui dovrebbe essere ceduta parte della produzione, e dalla vendita sulla
rete nazionale) in grado di ripagare l’impianto in tempi accettabili, il
rischio oggettivo sembrerebbe essere quello di un sostanziale
sovra-dimensionamento dello stesso, specialmente se valutato
congiuntamente al contesto territoriale e urbano in cui risulta ubicato.
Inoltre, con
riferimento all’ipotesi di servire calore ad utenze industriali locali
(e, preferibilmente, a quelle che necessitino di calore durante tutto
l’anno per i propri processi produttivi), che in prospettiva potrebbero
insediarsi nell’Area Cartiera in funzione del Piano Particolareggiato
riguardante il complesso, si fa osservare come, ad oggi, ciò non
rappresenti null’altro che un auspicio, peraltro condiviso. Anzi, si fa
rilevare come la presenza di un impianto delle dimensioni previste dal
progetto, a causa del traffico indotto per l’approvvigionamento della
centrale e dell’indubbio aumento di rumore, a giudizio del Comitato
potrà risultare disincentivante per lo sviluppo dell’area, in
particolare per quanto concerne la realizzazione di nuove abitazioni
civili, come previsto nel Piano Particolareggiato e come è stato più
volte ribadito dalla stessa proprietà proponente il progetto.
Osservazioni di
Legambiente, inoltre, in relazione al contributo delle applicazioni
cogenerative ai fini dell’efficienza energetica, menzionano alcuni
vantaggi del teleriscaldamento, che vanno dal miglioramento dei
coefficienti globali di rendimento, alla riduzione dei gas di scarico
inquinanti (attraverso la chiusura di impianti domestici, peraltro meno
efficienti rispetto ad un impianto centralizzato), alla riduzione dei
costi di manutenzione e gestione complessiva, citando, poi, come i
migliori risultati appartengono proprio ai piccoli comuni (Legambiente,
2008).
# 2] Esistenza di
una effettiva filiera legno-energia
Le linee-guida
regionali in precedenza menzionate sottolineano ampiamente le criticità
connesse con il trasporto della biomassa, le quali assumono un impatto
tanto più elevato quanto più ampia è la distanza tra il luogo di
produzione della stessa e il luogo di utilizzo. Una simile
considerazione è anche espressa dall’Ente per le Nuove Tecnologie,
l’Energia e l’Ambiente (ENEA, 2003). Tale aspetto critico risulterà, a
giudizio del Comitato, ancora più pressante in tutte quelle circostanze
in cui il trasporto dovrà avvenire via gomma a causa della mancanza di
infrastrutture ferroviarie (per definizione meno inquinanti), come nel
caso del Comune di Serravalle Sesia.
Nella fattispecie,
la richiesta di autorizzazione riguarda l’uso esclusivo di polpa e
corteccia legnosa, ovvero legna vergine non trattata (in particolare
pioppo). L’utilizzo di tale combustibile risiede nella dichiarata
volontà di chiudere la filiera della produzione di pasta cartaria di
Cartiera Italiana S.p.A. La disponibilità di tale materiale dovrà
tuttavia essere attentamente accertata, al fine di valutare le quantità
dichiarate nel piano di approvvigionamento fornito dal soggetto
proponente.
Come premessa
generale, si osserva come la Regione Piemonte, nelle linee-guida di cui
sopra, abbia espressamente sancito come l’approvvigionamento di impianti
a biomassa per la produzione di energia elettrica (tra i quali rientra a
pieno titolo anche l’impianto in previsione nel Comune di Serravalle
Sesia) debba essere realizzato, sia per quanto concerne la biomassa da
scarti agricoli e/o zootecnici che per quanto concerne biomassa
forestale, “in porzioni di territorio site entro 70 km dall’impianto di
utilizzo”.
Partendo da tale
vincolo, che assume valenza normativa, in quanto emanato da un Ente con
funzioni legislative come la Regione, si sollevano nel seguito alcune
considerazioni le quali rappresentano altrettante criticità.
Indagini condotte
dalla Regione Piemonte e da esperti del settore della pioppicoltura
(Coaloa, 2007) indicano come i combustibili lignocellulosici per
l’alimentazioni delle centrali di produzione termica, elettrica e
termoelettrica derivino per il 30% da residui e sottoprodotti
dell’agricoltura e delle industrie agroalimentari, mentre la parte
preponderante (il 70%) derivi da scarti delle
lavorazioni del legno e da vari assortimenti meno pregiati dei pioppeti.
Tali scarti forestali
rappresentano la fonte di alimentazione della centrale in progetto a
Serravalle Sesia, la quale, pertanto,
dovrà essere soggetta al vincolo dei 70 km di raggio dal luogo di
conversione energetica.
I dati relativi alla
pioppicoltura piemontese, facilmente verificabili, indicano una
produzione annua di pioppo di
tipo tradizionale che a malapena raggiunge le 200-250.000 tonnellate
(parlando di piante in campo).
Dalle informazioni desumibili dall’ultima indagine inventariale condotta
nel 2006 si può
prevedere una drastica riduzione delle disponibilità, a causa delle
ridotte superfici di nuove piantagioni
realizzate negli ultimi anni. A ciò si aggiunge che in Piemonte le
superfici specificatamente
dedicate a pioppicoltura per biomassa sono assolutamente esigue, pari a
circa 300 ettari. Tale dato
appare piuttosto incoerente con il fabbisogno di pioppi per
l’alimentazione della centrale.
Da dati della
proprietà proponente, forniti anche in occasione della serata pubblica organizzata dal
Comune di Serravalle Sesia lo scorso 19 marzo, si enuncia che la
centrale verrà alimentata solo per
una piccola parte da scarti provenienti dalla preparazione per la
lavorazione della pasta legno
(circa il 10% del fabbisogno); per il resto si parla di disponibilità
(la proprietà dichiara di disporre
di 140.000 t/anno) di cimali e ramaglia in bosco, cioè scarto dal taglio
delle piante in pioppeto.
Ciò ha dunque effetti molto rilevanti e negativi per quanto riguarda l’approvvigionamento
del materiale, che quindi per il 90% è da reperire fuori dall’impianto,
con un notevole incremento
del numero di autotreni con rimorchio che transiteranno sulla
provinciale n.299 (circa 15 camion
al giorno durante la settimana lavorativa in entrata e, altrettanti,
come è ovvio, in uscita
dallo stabilimento). Ciò comporterà pesanti conseguenze sia in termini
di congestionamento del
traffico che di emissioni in atmosfera. Si chiede se A.R.P.A. ha preso
in considerazione anche
tale aspetto nell’analisi complessiva dell’impatto del progetto da un
punto di vista di emissioni
in atmosfera.
Ora, considerando
solo la quantità di materiale per garantire il pieno funzionamento
dell’impianto previsto a
Serravalle, ovvero 70-80.000 t/anno, si propone di seguito un calcolo
succinto del fabbisogno di
pioppi, utilizzando dati provenienti dal Libro Bianco della
pioppicoltura. I cimaliramaglia rappresentano c.a.
il 20% del peso del pioppo, quindi 70-80.000 t/anno di ramaglie rappresentano il 20%
di 350-400.000 tonnellate annue di pioppi (dato già di per sé incoerente
con la produzione
pioppicola piemontese). Considerando poi una produzione di 150
tonnellate per ettaro (tipica dei pioppeti
tradizionali, come si evince dal Libro Bianco sulla Pioppicoltura – dato
questo certamente
suscettibile di confutazione opportunamente motivata) si raggiunge un
valore di superficie pari a
circa 2.300- 2.600 ha (ettari). Se consideriamo che la superficie di
utilizzazione totale in Italia
(circa 1/10 di quella complessiva coltivata a pioppi a causa del ciclo
culturale decennale) è di
circa 14.000 ha (fonte Libro Bianco della Pioppicoltura), significa che
circa il 16%-18% delle
utilizzazioni complessive italiane dovrebbe essere (piuttosto
inverosimilmente) destinato alla centrale di
Serravalle.
Analizzando la
produzione di pioppi nell’ambito del raggio dei 70 km, una stima
piuttosto attendibile (la cui
confutazione andrebbe certamente motivata con verifiche ad hoc) indica
una superficie destinata
a pioppo tradizionale di circa 10.000 ettari, corrispondente ad una
superficie di utilizzo annuo di
1.000 ettari a causa del ciclo culturale. Considerando una produzione
per ettaro di circa 150 tonnellate
(anche questo dato certamente suscettibile di confutazione
opportunamente motivata), la
disponibilità annua ammonterebbe a circa 150.000 tonnellate all’anno
(parlando anche in questo caso di
piante in campo). Considerando che tale produzione riguarda materiale
nobile utilizzato
nell’industria del legno (truciolati, sfogliati, etc.) e che circa la
metà possa essere dedicato ad utilizzazione in
centrali per produzione energetica, si arriverebbe a circa 75.000
tonnellate annue.
Dal momento che la
centrale in oggetto avrà un consumo a regime di 72.000 tonnellate
all’anno, e ritenendo infondato
che pressoché tutta la produzione annua di pioppi da culture
tradizionali possa essere destinata ad
un unico utilizzo, ne risulterebbe che l’approvvigionamento rappresenta
di fatto un aspetto
fortemente critico, a meno che l’approvvigionamento stesso non avvenga
da fonti site al di fuori del raggio
indicato, o addirittura da fuori regione, cosa incompatibile con i
vincoli imposti dalle linee-guida.
In particolare, si
sottolinea come il soggetto proponente abbia indicato nel piano di approvvigionamento
una disponibilità di 140.000 tonnellate. Tale dato parrebbe dunque incompatibile con la
disponibilità locale (entro il raggio suddetto) e qualche perplessità
(che necessiterebbe di
ulteriori verifiche) sorgerebbe anche se confrontata con la
disponibilità regionale.
A ciò si aggiunge
come, per quanto l’attuale crisi industriale possa verosimilmente
ridurre la competizione tra i
vari utilizzi alternativi della materia prima, il superamento di tale
situazione contingente, e
pertanto la ripresa del settore della lavorazione del legno farà
inevitabilmente emergere problemi di
scarsità.
Pare utile infine,
sottolineare come sia in fase avanzata (disponendo già, a quanto è dato
di sapere, della
necessaria autorizzazione) il progetto di realizzazione di una centrale
a biomasse in prossimità di Casale
Monferrato, alimentata essenzialmente a scarti di pioppo, con potenza
elettrica di circa 15-18 Mwe
(dunque 3-4 volta l’impianto in previsione a Serravalle Sesia), e
fabbisogno di materiale di circa
150-200.000 tonnellate annue. È evidente come tale insediamento
rappresenti di fatto un elemento
assolutamente da considerare nella valutazione globale del progetto in
esame, dal momento che
aggraverebbe la già scarsa disponibilità di combustibile.
#3] Impatto sulla
qualità dell’aria
La produzione di
energia (termica o elettrica), attraverso impianti alimentati a biomassa
se da un lato riduce le
emissioni di gas con elevata capacità di alterazione del clima, CO2 in
testa, dall’altro si
caratterizza per emissioni di inquinanti, quali vari ossidi di azoto, di
zolfo – tra gli altri – e il particolato
fine, in quantità mediamente più elevate rispetto a quanto accade con i combustibili
fossili. Tale fatto rappresenta una concreta preoccupazione anche a
livello regionale, tanto da essere
espressamente menzionata nel provvedimento che stabilisce i criteri per
la valutazione
dell’ammissibilità a finanziamento di progetti che prevedono l’utilizzo
di biomasse come combustibili
(Deliberazione della Giunta Regionale del 5 maggio 2008, n. 22-8733,
tratta dal Bollettino Ufficiale
n. 20 del 15/05/2008).
Sinteticamente, il
particolato inorganico di tipo “primario” che si genera durante la combustione del
legno – che di sostanze inorganiche ne contiene in quantità non
trascurabile – rappresenta solo una
parte delle polveri fini. Una seconda parte è rappresentata dalle
polveri primarie cosiddette
“condensabili” e dalle polveri “secondarie” (Montanari, 2008). Entrambe
queste forme di particolato
si formano per condensazione in atmosfera dei gas e dei materiali
vaporizzati che escono dalla
combustione. Mentre la prima tipologia di polveri è efficacemente
filtrabile attraverso
l’applicazione di congegni specifici (filtri a maniche, etc.), la
seconda tipologia trova formazione al di
fuori del camino e quindi fuori dalla portata dei filtri.
Un ulteriore
elemento di accesa preoccupazione riguarda la destinazione delle varie
sostanze aggiunte ai fini
dell’abbattimento delle particelle inquinanti, quali calce, carbonato
acido di sodio, carbonato di calcio
e magnesio, carboni attivi, le quali dovranno necessariamente essere
smaltite nell’ambiente, così
come le ceneri della combustione, una parte delle quali, peraltro,
leggere e volatili. Un
ulteriore aspetto è rappresentato dalla produzione di diossine, che
inevitabilmente si formano quando si
bruciano carbonio e cloro insieme (elemento quest’ultimo comunissimo e presente anche nelle
biomasse), le quali potrebbero essere eliminate attraverso un processo
di postcombustione (a quanto sembra,
previsto nel progetto dell’impianto).
Nonostante gli
accorgimenti tecnologici esistano e, qualora opportunamente gestiti,
possono essere utili per la
riduzione degli agenti inquinanti, la loro efficacia non può essere
totale e, pertanto, il carico
ambientale per le aree circostanti l’impianto potrebbe non essere
affatto trascurabile (FIRE,
2008).
È ovvio, pertanto,
che tale carico ambientale potrebbe essere compensato solo procedendo alla chiusura di un
numero significativo di impianti di riscaldamento domestici attraverso
la realizzazione di una
rete di teleriscaldamento (come peraltro sostenuto dall’autorità
provinciale competente in
materia nel corso del su menzionato convegno "Valsesia ed Energia
Alternativa" tenutosi il 3 marzo
u.s.). Nelle aree geografiche dove si registrano le applicazioni più
avanzate, come il Trentino,
l’Austria e i Paesi nordici, il teleriscaldamento rappresenta un
elemento qualificante di
assoluta priorità.
In tal senso, la
mancanza della possibilità di sostituire un numero congruo di impianti domestici con un
unico impianto centralizzato comporterebbe di fatto un saldo ambientale nemmeno in pareggio
con verosimile pregiudizio della qualità dell’aria. È evidente, infatti,
che per quanto gli
accorgimenti di varia natura concepiti per ridurre gli effetti delle
emissioni possano avere efficacia (parziale)
tale da contenere i fattori inquinanti entro i limiti di legge,
l’impatto finale sulla qualità dell’aria
sarà negativo qualora non si provvedesse alla chiusura di altre fonti
inquinanti, ovvero gli impianti
domestici attualmente esistenti. Nel caso ciò non accadesse, si
manifesterebbe una evidente
contraddizione con le linee-guida regionali precedentemente menzionate
(e anche con quelle del già
citato Atto di indirizzo votato dal Consiglio Provinciale nel marzo
2008), le quali sanciscono in
maniera del tutto chiara la necessità di preservare, se non di
migliorare, la qualità dell’aria.
Pur non essendo il
progetto sottoposto ad una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, il
Comitato ritiene che tali considerazioni non possano non essere prese in
seria considerazione dai
responsabili del procedimento amministrativo.
A ciò si aggiunge
che, ad oggi, pare non esistere un indicatore di qualità dell’aria
relativo al Comune di Serravalle
Sesia né una valutazione del ristagno atmosferico (particolarmente importante data la
configurazione valliva del territorio), il che renderebbe difficile una
valutazione oggettiva
dell’impatto complessivo dell’impianto.
Si fa infine
rilevare un’affermazione della proprietà proponente pronunciata in
occasione della serata
pubblica di presentazione del progetto, tenutasi a Serravalle lo scorso
19 marzo: in quell’occasione,
dopo aver premesso che il flusso di traffico rilevato a Serravalle in
orario 9-18 è di c.a. 1100-1200
“mezzi pesanti”, è stato detto che le emissioni della centrale sono pari
a quelle di 2,5 camion Euro Zero. Il
che, ovviamente, è irrilevante se comparato al numero di mezzi pesanti transitanti ogni
giorno. Ma il dubbio che è sorto al Comitato è il seguente: i 1200 c.a.
camion sono ovviamente da
considerarsi in transito, e quindi le loro emissioni riguardano il lasso
di tempo che impiegano a passare
sulla Provinciale 299 nel territorio comunale serravallese; non è
altrettanto chiaro che cosa si
intenda con il dato relativo ai 2,5 camion Euro Zero che si riferiscono
alle emissioni della
centrale, in quanto essa funziona in modo continuativo (di norma)
sempre, 24 ore su 24 e tutti i giorni
dell’anno; se infatti dovessimo considerare le emissioni continuative di
questi camion lasciati
stazionare accesi sempre per tutto l’anno, allora l’impatto sarebbe
molto rilevante e negativo,
approssimativamente identico a quello dei precedenti 1200 automezzi
rilevati, con un notevole
peggioramento complessivo della qualità dell’aria di Serravalle Sesia.
Il Comitato,
ritenendo di aver espresso ragioni del tutto oggettive e avulse da ogni
finalità preconcetta, ed anzi
probabilmente già avanzate assai più autorevolmente dagli organi
istituzionali preposti alla
procedura amministrativa, auspica che tali forti criticità vengano prese
in assoluta considerazione nella
valutazione del progetto.
Note
bibliografiche
Federazione Italiana
per l’uso Razionale dell’Energia, 2008, “Produzione di energia da
biomasse di origine vegetale”
Legambiente, 2008,
“Comuni rinnovabili 2008”, Rapporto di Legambiente. Analisi e
classifiche
Montanari S., 2008,
“Il girone delle polveri sottili”, Macro Edizioni
Ente per le Nuove
Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente, 2003, “L’impatto ambientale di
centrali elettriche
alimentate a biomasse legnose”
Coaloa D., 2007,
“Biomasse per energia e mercato del legno”, Sherwood, n. 138
Comando Vigili
Urbani Comunità Collinare Aree Pregiate del Nebbiolo e del Porcino,
Rilevazioni flussi traffico,
2008
Con i più distinti
saluti
Il Comitato Civico
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